Film ispirato alle vicende personali di Charlie Chaplin (suddito britannico), a cui nel 1952 era stato negato il permesso di rientrare in America, dopo un breve soggiorno in Gran Bretagna; permesso concesso se invece avesse accettato di seguire l'iter burocratico di un normale emigrante ed essere quindi sottoposto ad idoneità (controllo psichico, fisico e politico). Erano gli strascichi del maccartismo che si portava dietro con le autorità americane che lo accusavano di filocomunismo, situazione che comunque aveva coinvolto numerosi altri personaggi del cinema dell'epoca. Chaplin decise di fermarsi definitivamente in Europa.
La trama è semplice: un monarca fugge in seguito alla rivoluzione nel suo paese e si rifugia in America in cerca di tranquillità e sicurezza. Ma qui si accorge che la situazione non è rosea: viene presto accusato di simpatizzare per i comunisti (lui, un re!) e costretto a tornarsene nel proprio paese di origine.
E' evidente l'analogia con la sua storia personale: giovane emigrante inglese in cerca di fortuna in America, nei primi anni del secolo, costretto poi a tornare in Inghilterra per essere sospettato di avere idee comuniste (accusa a cui lo stesso Chaplin non diede mai nessuna risposta), sospetti fondati e aggravati dal fatto di non aver mai acquisito la cittadinanza americana.
In questa occasione la parte del personaggio moralizzante, a cui vengono affidate le parole e le idee di Chaplin nel tentativo di mostrare la sciocchezza di tali accuse, è il piccolo Rupert Macabee, interpretato da suo figlio Michael. Scelta che si può forse anche leggere come una certa stanchezza da parte di Chaplin stesso di sentirsi porre sempre la stessa domanda a riguardo e demotivato anche dall'insuccesso dei suoi precedenti appelli in cui si era invece esposto in prima persona a favore di un mondo migliore (vedi Il grande Dittatore del 1940 e Monsieur Verdoux del 1947).
Intervistato dai giornalisti appena sbarcato, il protagonista Re Shahdow si dice commosso dalla gentilezza e calorosità degli Americani, proprio mentre un ufficiale gli prende le impronte digitali.
Chaplin, con il dente avvelenato, mette in evidenza con cinicità molti aspetti della vita americana (chiasso per le strade, televisioni, pubblicità ovunque, sistema scolastico, accuse risibili di comunismo, ...)
E' un Chaplin, al suo ultimo film da attore protagonista (ma non da regista), che non si concede nemmeno una gag vera e propria (come avviene invece nel film precedente Luci della Ribalta con Buster Keaton), ma che preferisce sedersi e guardare quelle degli altri. Curiosità: la gag che avviene al night club, numero da cinema muto classico con torte in faccia, avviene nel più totale silenzio degli attori. Mi chiedo: anche a teatro quindi, nonostante l'audio esistesse, gli attori non parlavano ma agivano e basta? Almeno per quel genere di recitazione...
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