Recensioni personalissime di cinema
giovedì 15 settembre 2011
Il posto delle fragole (1957)
Il viaggio in auto per ricevere una laurea ad honorem si trasforma in un'occasione per Isaac (Viktor Sjostrom) di conoscersi meglio, accompagnato dalla nuora e da 3 giovani autostoppisti diretti in Italia.
E' un uomo anziano che riconosce il proprio egoismo che però nel corso della sua vita ha svolto con capacità ed umanità il proprio mestiere di medico.
Non vengono propriamente sottolineati esempi del suo egoismo, se non nel caso del prestito elargito al figlio che lo costringe a lavorare sodo per restituirlo (soprattutto per una questione di onore e dovere).
La sua freddezza sembra comunque essere una questione di famiglia, visto il comportamento dell'anziana madre ancora in vita, e del figlio, che si rifiuta di avere bambini per non lasciarli vivere in un mondo di sofferenze e capace di intestardirsi su questo punto e compromettere il suo matrimonio.
Lungo la strada per Lund l'uomo si ferma in quella che era la sua casa di famiglia in gioventù, e qui nasce il primo flashback di giovinezza: l'episodio del bacio della sua fidanzata con il proprio fratello, che poi la sposerà.
Un'incidente con un'altra auto introduce altri 2 personaggi; una coppia sposata che vive un non certo idilliaco matrimonio con incomprensioni e ostilità.
Infine i tre giovani (trittico di felicità come nel Settimo Sigillo), ancora vivaci, felici, ingenui ed incerti sul futuro che contrastano con la situazione "reale" e negativa di tutti gli altri personaggi.
Un film che mi sembra preannunciare i temi della novelle vague, o che si inserisce in essa, con flashback, voci fuori campo, riprese all'interno di automobili (Godard in particolare?).
Sono presenti inoltre 2 sogni di Isaac.
Il primo: in una città desolata, dove gli orologi non hanno lancette (come l'orologio tascabile paterno che tornerà più avanti nel film) e non ci sono abitanti, l'unica presenza è quella di una figura senza volto vestita elegantemente.
Il secondo: Isaac, già anziano, è ricevuto in un'aula universitaria, consegna il libretto e viene interrogato dal professore su un esame batteriologico (che non supera), sul primo dovere del medico (a cui non sa rispondere)
e sull'esaminare una donna lì presente (dichiarata morta da Isaac mentre è viva e se ne esce in una risata).
Lascio ai miei 25 lettori l'interpretazione.
Nella scena finale, giunti a Lund, ricevuta la laurea e messosi a letto e dopo essersi riappacificato con la domestica ed aver tentato di farlo con il figlio, Isaac sogna ancora una volta la sua gioventù e si ritrova a girare mano nella mano con la sua prima fidanzata nella tenuta famigliare.
lunedì 12 settembre 2011
Il settimo sigillo (1957)
Al ritorno dalle crociate, un cavaliere incontra la morte; è infatti giunta la sua ora. Antonius Block, il cavaliere, riesce a venire a patti con essa ed intraprendere una partita a scacchi che gli permetterà di portare a termine una sua azione. La partita si svolge nel corso di vari incontri tra Block e la Morte. Accompagnato dal suo scudiero Jons si mette in viaggio lungo un paese infestato dalla peste. Sono tempi duri, tempi di guerre, malattie, caccia alle streghe, tempi a cui riesce a far da contrasto una famiglia di saltimbanchi che si guadagna da vivere proponendo spettacoli vari. La morte alla fine riuscirà a dare scacco matto al cavaliere e portare a termine la sua missione.
Block è un uomo che, nonostante i dieci hanni passati combattendo in Terra Santa, non ha più fede in Dio o che perlomeno è invaso da moltissimi dubbi riguardo alla sua esistenza e proprio questo è il suo ultimo scopo del girovagare: cercare di capire, chiedendo a "preti", "streghe" e infine alla morte stessa se vi sia un qualche Dio. Si rivolge a loro poichè sono gli "interpreti" più vicini e quindi indicati ad avere una qualche risposta; vale per la "strega" che possa fare da tramite tra lui e il Diavolo (in quanto il Diavolo deve sicuramente saperne qualcosa, ma il Diavolo non c'è) e vale per la "morte" quale ambasciatore e ultimo tramite del disegno divino (ma anch'essa non conosce alcun segreto...). Block sarà però l'unico personaggio della compagnia a rivolgersi al Signore, segno che lui in fondo crede e vuole credere, ma ha bisogno di segni, prove.
Lo scudiero Jons invece è più pragmatico, sicuro nella sua convinzione che Dio non esista; è scettico sulla bontà di una guerra santa (voluta da qualcuno che poi se n'è rimasto pacificamente a casa) ed è vendicativo verso il prete che dieci anni prima aveva insistito affinchè partissero per combattere questa guerra (prete che verrà riconosciuto intento a derubare i cadaveri...).
La famiglia dei saltimbanchi al contrario, sembra vivere in un mondo diverso: gioioso e pieno di aspettative e sogni per il futuro del piccolo Mikael.
Per tutto il film si respira un'aria tetra, grigia, di morte appunto. E' chiaramente la morte la protagonista del film, che imperversa ovunque. La troviamo in un corpo abbandonato lungo la strada, nei dipinti delle chiese, nelle processioni di auto-flagellatori e predicatori, nel rogo della giovane "strega", nella morte dell'attore (morte "teatrale" prima e reale poi). A tutto questo porta il suo contributo il bianco e nero, nero che predomina in moltissime scene.
Protagonista è quindi la morte, una certezza inevitabile, e la presenza di Dio a cui non si riesce invece a dare una risposta.
sabato 10 settembre 2011
Un Re a New York (1957)
Film ispirato alle vicende personali di Charlie Chaplin (suddito britannico), a cui nel 1952 era stato negato il permesso di rientrare in America, dopo un breve soggiorno in Gran Bretagna; permesso concesso se invece avesse accettato di seguire l'iter burocratico di un normale emigrante ed essere quindi sottoposto ad idoneità (controllo psichico, fisico e politico). Erano gli strascichi del maccartismo che si portava dietro con le autorità americane che lo accusavano di filocomunismo, situazione che comunque aveva coinvolto numerosi altri personaggi del cinema dell'epoca. Chaplin decise di fermarsi definitivamente in Europa.
La trama è semplice: un monarca fugge in seguito alla rivoluzione nel suo paese e si rifugia in America in cerca di tranquillità e sicurezza. Ma qui si accorge che la situazione non è rosea: viene presto accusato di simpatizzare per i comunisti (lui, un re!) e costretto a tornarsene nel proprio paese di origine.
E' evidente l'analogia con la sua storia personale: giovane emigrante inglese in cerca di fortuna in America, nei primi anni del secolo, costretto poi a tornare in Inghilterra per essere sospettato di avere idee comuniste (accusa a cui lo stesso Chaplin non diede mai nessuna risposta), sospetti fondati e aggravati dal fatto di non aver mai acquisito la cittadinanza americana.
In questa occasione la parte del personaggio moralizzante, a cui vengono affidate le parole e le idee di Chaplin nel tentativo di mostrare la sciocchezza di tali accuse, è il piccolo Rupert Macabee, interpretato da suo figlio Michael. Scelta che si può forse anche leggere come una certa stanchezza da parte di Chaplin stesso di sentirsi porre sempre la stessa domanda a riguardo e demotivato anche dall'insuccesso dei suoi precedenti appelli in cui si era invece esposto in prima persona a favore di un mondo migliore (vedi Il grande Dittatore del 1940 e Monsieur Verdoux del 1947).
Intervistato dai giornalisti appena sbarcato, il protagonista Re Shahdow si dice commosso dalla gentilezza e calorosità degli Americani, proprio mentre un ufficiale gli prende le impronte digitali.
Chaplin, con il dente avvelenato, mette in evidenza con cinicità molti aspetti della vita americana (chiasso per le strade, televisioni, pubblicità ovunque, sistema scolastico, accuse risibili di comunismo, ...)
E' un Chaplin, al suo ultimo film da attore protagonista (ma non da regista), che non si concede nemmeno una gag vera e propria (come avviene invece nel film precedente Luci della Ribalta con Buster Keaton), ma che preferisce sedersi e guardare quelle degli altri. Curiosità: la gag che avviene al night club, numero da cinema muto classico con torte in faccia, avviene nel più totale silenzio degli attori. Mi chiedo: anche a teatro quindi, nonostante l'audio esistesse, gli attori non parlavano ma agivano e basta? Almeno per quel genere di recitazione...
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